"...il più grande alpinista al mondo è quello che si diverte di più" Alex Lowe

mercoledì 25 luglio 2012

Monte Cevedale: cresta est alla Zufallspitzen

"La salita al Cevedale da Pejo è un percorso lungo, elegante ed alpinistico". Più o meno così lo descriveva una nota rivista di montagna qualche anno fa. La realtà conferma davvero quello che ci si aspetta. Di tutte le possibili vie di salita al Cevedale, effettivamente la cresta est pare essere quella più remunerativa. Non solo per i bellissimi scorci che già si ammirano durante il passaggio in Val Venezia, ma anche per la varietà di terreni durante l'ascensione e l'attraversamento della Zufallspitzen che, lungi dall'essere un'anticima del Cevedale vero e proprio, è una vetta a sè stante. Bella, aerea e molto molto panoramica. Le 13 cime in realtà sono 14. O forse anche 15. Alle difficoltà tecniche contenute (parlando a fredde scale rimarrei sul PD/PD+ a seconda delle condizioni della cresta, che presenta solo qualche passo un pò ostico), si affianca però un certo impegno fisico. Sopratutto durante la discesa del ghiacciaio non proprio in salute ottimale. I maggiori pericoli oggettivi forse sono proprio dalla vetta del Cevedale in giù, tra crepacci aperti, sfasciumi ed impetuosi torrenti da guadare. Fino al quadro bucolico che si apre ai piedi dello stupendo rifugio Larcher. Ma anche questo è l'ambiente d'alta montagna. L'ambiente che amiamo di più.

(nella foto sopra: commoventi cascate in Val Venezia)

 

Si delinea il percorso: da sinistra la cresta est, cima Zufall, Monte Cevedale




La Val Venezia. In lontananza il Brenta e la Presanella



Rifugio Larcher. Un luogo parecchio accogliente



La Vedretta della Forcola



Il profilo della lunghissima cresta est




Al termine della Vedretta, la Val Martello




Palòn de la Mare, Vioz ed in lontananza San Matteo



Gran Zebrù ed Ortles, versanti est-sud est



La cresta al Cevedale dalla Zufallspitzen




Monte Cevedale






La triste condizione dei ghiacciai che si sciolgono in fiumi carichi di disperazione.
God save ice lands!



lunedì 23 luglio 2012

Storia dell'alpinismo: Paul Preuss

"Sperate sempre in ciò che aspettate, ma non aspettate mai ciò in cui sperate. Credete solo in ciò che vi convince, ma lasciatevi convincere solo da ciò in cui credete"

Persona di grande cultura ed intelligenza, Paul Preuss è certamente uno dei personaggi chiave nell'evoluzione dell'alpinismo. Forse il più grande sostenitore dell'arrampicata senza mezzi artificiali (oggi “free solo”) di tutti i tempi. Nato vicino a Salisburgo nel 1880, è un bambino gracile e carente di forze, causa anche alcune malattie che lo colpirono nell'infanzia. Da ragazzino grazie all'arrampicata e allo sci, fortifica le sue capacità fisiche e sotto l'aspetto apparentemente minuto nasconde una grande determinazione. Inizia ad arrampicare sulle pareti del Salzkammergut e del Kaisergebirge, ad 11 anni ha già collezionato un numero impressionante di salite. Chiunque lo osservasse non poteva fare a meno di notare l'eleganza e l'assoluta padronanza dei movimenti della scalata. La sua filosofia lo spinse a rifiutare l'uso del chiodo o di altri mezzi artificiali ritenuti inaccettabili per l'alpinista. Addirittura la corda era vista come un ausilio a cui ricorrere solo in caso di estrema necessità. Salire e scendere arrampicando era il suo pensiero. Ed anche la sua prassi, come dimostrò più volte nel corso della sua carriera. Gli anni tra il 1911 e il 1913 sono quelli dove Preuss porta al massimo la sua espressione con una serie di strabilianti ascensioni. Il 28 Luglio 1911 , durante la salita del Campanile Basso con la sorella Mina e lo storico compagno di cordata Paul Relly, arrivato alla cengia dello “Stradone Provinciale”, si slegò e attaccò da solo, senza corda né chiodi, la parete est. Quei 120 metri di roccia restano uno dei più grandi capolavori dell'arrampicata dolomitica. Paul Preuss superò difficoltà di V° slegato per reincontrare gli amici sulla cima del Basso, che intanto gli annunciarono il fidanzamento. L'impresa non mancò di creare polemiche ed incredulità, la via venne ripetuta solo 17 anni dopo, quando fu ritrovato un bigliettino nascosto tra le pieghe della parete che annunciava il passaggio del cavaliere solitario Preuss.


Oltre alle Dolomiti, dove salì tra l'altro la parete nord est del Crozzon di Brenta (per un itinerario di 900 metri, incredibile all'epoca), la parete est della Cima Piccolissima di Lavaredo (prima ascensione assoluta), il camino della Punta Grohmann e moltissime altre cime, compì un'attività intensa anche sulle Alpi Occidentali. Il 20 Luglio 1913 salì la prima torre sulla cresta sud dell'Aiguille Noire, denominata Pic Gamba, dove studiò la possibilità di scalare l'intera cresta ma vi rinunciò per non ricorrere a mezzi artificiali. Scalò inoltre la Punta Innominata, l'Aiguille du Triolet e la cresta sud est dell'Aiguille Blanche de Peuterey.

Nella storia dell'alpinismo forse nessuno si è mai spinto così al limite nel rifiuto di ogni ausilio alla scalata. E sopratutto quasi nessuno ha considerato lo scendere dall'itinerario di salita come parte integrante della scalata. Pensandoci bene, il fatto che Preuss scendesse in arrampicata dalle vie che saliva, è una cosa impressionante.

Il 22 Settembre 1913 scompare mentre scala in solitaria lo spigolo nord del Mandlkogel sulle Alpi austriache. Viene ritrovato il suo corpo solo dieci giorni dopo. La sua breve ma intensa storia alpinistica si concretizza in 1200 salite delle quali oltre 300 in solitaria, e sopratutto contribuisce in maniera decisiva all'evoluzione di quella che sarà l'arrampicata nei decenni successivi.

Le sei regole per lo scalatore di Paul Preuss:

1. Non basta essere all’altezza delle difficoltà che si affrontano, bisogna essere superiori ad esse.

2. La misura delle difficoltà che uno scalatore può affrontare in discesa, con sicura e piena coscienza delle proprie capacità, deve rappresentare l’estremo limite delle difficoltà da lui affrontate in salita.

3. L’impiego di mezzi artificiali trova giustificazione solo in caso di pericolo incombente.


4. Il chiodo da roccia deve essere un rimedio di emergenza, e non il fondamento del proprio sistema di arrampicata.


5. La corda può essere una facilitazione, ma non il mezzo indispensabile per effettuare una scalata.


6. Tra i massimi principi vi è quello della sicurezza. Non però la sicurezza che risolve forzosamente con mezzi artificiali le incertezze di stile, bensì la sicurezza fondamentale che ciascun alpinista deve conquistarsi con una corretta valutazione delle proprie capacità.


Bibliografia cosigliata:

L'arrampicata libera di Paul Preuss, Reinhold Messner, ed. Istituto Geografico de Agostini, 1987