"...il più grande alpinista al mondo è quello che si diverte di più" Alex Lowe

lunedì 30 aprile 2012

Piccole Dolomiti_Pilastro Soldà al M. Baffelan

"Vicine" a casa, le Piccole Dolomiti sono un luogo dove si tornasempre volentieri, in qualsiasi stagione.
Vero teatro all'aperto dell'outdoor, non troppo pubblicizzato, offre tanti spunti e possibilità per l'arrampicata, l'alpinismo invernale, il parapendio, l'escursionismo, MTB e ciclismo... quelli veri, senza code e senza biglietto...Noi oggi scegliamo l'arrampicata su roccia e ripercorriamo un itinerario di  Gino Soldà, uno che in questo parco giochi ci ha passato la vita. La via aperta nel 1928 risale il pilastro nord est del M. Baffelan, incuneandosi con eleganza in un sistema di fessure e diedri che porta alla vetta. La roccia è quasi sempre molto buona, il percorso è logico e chiodato quanto serve, sono comunque consigliabili protezioni veloci, meglio dadi, per integrare soprattutto sui tiri più facili dove la chiodatura risulta a volte un pò "lunga". Non mi dilungo sul percorso in quanto sul web si trovano mucchi di relazioni e foto. Di solito molto frequentato, noi oggi abbiamo il culo di essere completamente da soli lungo tutto il pilastro, ci fa compagnia solo un parapendio che voltaggia sulla croce di vetta. In discesa ci "sorprende" la neve, purtroppo non abbiamo con noi le ghette, ma con sandali e pantaloni arrotolati sopra il ginocchio non dovremmo bagnarci più di tanto lo stesso....
 
 
il Passo di Campogrosso in veste semi-invernale



Giampa alla prima sosta e in azione sul terzo e quarto tiro

il vagabondo in sosta

 

il diedro del tiro chiave



 
 
il sesto tiro che porta alla sosta alla base del diedro finale in comune con la via Verona
 

 In vetta al M. Baffelan 1793 m

  
 il nostro unico amico di giornata

 
 i nuovi Phantom Lite della Scarpa

lunedì 23 aprile 2012

Il Corno piange il suo Custode: ciao Alberto


E' notizia di cronaca, oggi pomeriggio è stato recuperato il corpo senza vita di Alberto alla base del Canalone dei Bolognesi, sulla parete Est del Corno alle Scale, dove era disperso da sabato.  Ingegnere di 44 anni, era Professore ordinario all'università di Bologna. Di certo non spetta a noi rievocare questo suo lato professionale, senz'altro serio e brillante, e nemmeno spetta a noi dare risposte al dolore dei suoi famigliari ai quali va tutto il nostro più sincero ed autentico pensiero. Assiduo frequentatore dell'appennino, Alberto lo abbiamo conosciuto di persona due anni fa ad aprile, nel modo più vero, più bello... ci siamo incontrati in una limpida mattinata di fine inverno proprio alla base del risalto ripido del Canalone dei Bolognesi, lì, esattamente dove ci ha lasciati. Fu un incontro particolare, quasi emozionante, ai suoi occhi eravamo i primi ed unici ospiti della Est che lui stesso incontrava dopo 80 salite della parete (ad oggi Alberto ha salito più di 100 volte la parete Est del Corno alle Scale). Quel giorno salimmo insieme, tutti in prima assoluta, il Canale dei Bolognesi con enorme soddisfazione. Fu compagno di cordata improvvisato per un giorno, ma la complicità fù istantanea. Ricordo con piacere le divertenti conversazioni di quei momenti intensi, lo soprannominammo "il Custode della est del Corno" e lui ne andava fiero, ne conosceva i segreti di ogni cenga rocciosa, d'altronde al Corno ha dedicato gli ultimi momenti più belli della della sua vita sportiva.
Qui la cronaca di quella giornata al Canalone dei Bolognesi.
Alberto amava un alpinismo solitario, avventuroso, ricercava itinerari dove raramente si faceva la fila, ma non per questo scontati e senza senso, anzi... Non era la difficoltà che cercava ma l'immensità della montagna, il suo volto più segreto, era uno che in montagna sapeva sognare, senza far rumore, senza aver bisogno di dimostrare niente a nessuno. E' questa l'impressione che ci ha lasciato in un paio di uscite fatte in sua compagnia. Un ingegnere di 44 anni con un ruolo nobile, come una cattedra ad ingegneria a Bologna, che ogni sabato di sole, dopo una settimana di lavoro e con una famiglia a casa si avventura per più di 100 volte su una parete di roccia e ghiaccio, spesso da solo, e a che scopo?? Un pazzo, penserebbe chiunque! Una persona con problemi esistenziali, una persona che ha perso il senso della vita reale... Ed invece chiaccherando con lui emergeva una persona straordinariamente normale, che non faceva dell'andare in montagna il senso della vita, ma ne faceva un luogo dove imparare gli insegnamenti della vita, dove  ricercare quel carico di energia che ti trasmettono questi spazi straordinari. Non credo che Alberto sia stato tradito dalla sua montagna, ma piuttosto che abbia pagato a caro prezzo il rischio che noi tutti alpinisti corriamo per rincorrere e realizzare i nostri sogni di libertà interiore. Ciao Alberto, noi Alpinisti del Lambrusco crediamo, promuoviamo e viviamo quotidianamente questa tua filosofia dell'andar per monti e continueremo a seguirla, certi che rincorrere i propri sogni  non sia mai una scelta sbagliata.


Nella foto: Alberto (in centro) e due alpinistidellambrusco in vetta al Corno alla Scale, all'uscita del Canalone dei Bolognesi il 2 Aprile 2010



domenica 15 aprile 2012

Una Pietra da riscoprire: via Montipò-Giovanelli


Sempre a Bismantova sulle tracce di Montipò, questa volta siamo al Dente della Vecchia, il friabile avancorpo roccioso che sovrasta il sentiero per la sommità poco prima del tratto in salita.
La via è caratterizzata da un diedro friabile seguito da un facile traverso sotto a degli strapiombi che porta alla sosta in prossimità di un cespuglio. Si sale quindi oltre lo spigolo per un passaggio molto esposto e per rocce più facili alla seconda sosta. Da qui si raggiunge in pochi metri la rampa della via Anna, che conduce facilmente in cima, in corrispondenza dell'imbocco del sentierino "della Calanca".
La roccia, come previsto, è spesso insicura e malferma (attenzione alla caduta di sassi sul sentiero); chiodatura più che sufficiente a base di vecchi chiodi a pressione.


Il diedro iniziale

Arrivo alla seconda sosta

Finiamo la giornata con due tiri belli anche se meno avventurosi: i diedri Malus e Bonus, entrambi 5c. Roccia e chiodatura ottime.

giovedì 12 aprile 2012

Bismantova, via Donato Zeni



La via Donato Zeni, aperta dal trio Menozzi-Baroni-Bernard il 19.11.1967, è dedicata al medico e alpinista fassano caduto nel 1965 sulle Torri del Sella e costituisce il classico approccio all'artificiale a Bismantova.

Avevamo già percorso la prima metà di questa via tempo addietro, curiosi di strisciare nel "passo del serpente". Qui le foto di quella volta.

Torniamo così a completare l'opera, decisi a superare il tratto in artificiale, la nostra prima esperienza su staffe.
Saliamo veloci unendo alcuni tiri: con una lunghezza di corda, salito un sistema di fessure e diedri, raggiungiamo la caratteristica Forcella della Madonnina. Uniamo anche i due tiri successivi, a discapito dello scorrimento della corda, sostando oltre il tunnel alla base del tratto verticale. Prepariamo le staffe, o meglio degli anelli di cordino che segano i piedi e che per fortuna serviranno poco. Infatti riusciamo, agevolmente ma non senza fatica, a raggiungere la sosta successiva passando da un rinvio all'altro. Infine, dopo un facile traverso verso sinistra, si raggiunge la sommità per un diedro ben appigliato.
La via ha roccia solida e pulita, ad eccezione del tratto in artificiale. Chiodatura ottima.


Il primo tiro

Grande fatica nel mungere rinvii.

Alla terza sosta, ormai è fatta!


Il facile diedro finale.

giovedì 5 aprile 2012

Gran Vernel. Esplorazione pura nel versante Nord



Una fantastica giornata all'insegna dell'Avventura e dell'alpinismo esplorativo trascorsa all'ombra della mole del Gran Vernel, alla ricerca di un itinerario avvolto nel mistero. Senza alcuna relazione, siamo determinati a ripercorrere le tracce dei fratelli Castiglioni, che nel '35 salirono alla vetta per una via che, per un canale-camino, raggiunge la sella a fianco della Roda del Mulon e da qui sale l'estetica e rettilinea cresta Nord con difficoltà massime di III.
Iniziamo prima dell'alba a risalire i pendii, qui ancora innevati. La vetta è 1600 metri sopra di noi, ma speriamo di salire rapidamente, anche se non sarà facile trovare il passaggio nel labirinto di cengie e strapiombi di questo versante.
Risaliti velocemente i pendii nevosi fino alle fasce rocciose, accediamo ad una cengia ascendente attraverso un tiro tecnico e verticale su ghiaccio sottile. Seguiamo la cengia a lungo su neve a 45° guadagnando quota, dove necessario facciamo qualche tiro di corda per superare tratti più ripidi, poi salendo un canale fino a ritrovarci, dopo un passaggio in un tunnel tra la roccia, alla base di un grande diedro verticale chiuso, in alto, da strapiombi. Con pochi ma delicati passaggi di misto a 70° traversiamo a destra, raggiungendo un'altra cengia.
Fin qui nutriamo fortissimi dubbi sulla via che stiamo percorrendo: è troppo difficile per essere la Castiglioni. Abbiamo la certezza di avere sbagliato tutto poche decine di metri oltre quando, aggirato uno spigolo, ci ritroviamo nel nevaio ai piedi dell'evidente canale della Direttissima, a quota 2550m.
L'errore e la tarda ora ci fanno optare per una ritirata, che in ogni caso non sarà velocissima: occorrerà attrezzare tre doppie e ridiscendere le ripide cengie. All'ultima calata, dopo molti tentativi poco fruttuosi di fissare un ancoraggio, scorgiamo una sosta provvidenziale, gli unici segni di passaggio trovati sulla via.
Stanchi e senza vetta ritorniamo a valle, felicissimi per la giornata avventurosa trascorsa in un ambiente dal sapore invernale e certi di tornare, prima o poi, all'esplorazione del Gran Vernel.

Nella foto: la mole del Gran Vernel, con l'evidente cresta Nord sulla sinistra.


Il primo tiro su ghiaccio divertente ma delicato

Alcune fasi della salita

Il nostro punto di ritorno. In fondo al nevaio prosegue nel canale la via Direttissima

L'ultima calata, nel vuoto!

Riguardando il tragitto salito