"...il più grande alpinista al mondo è quello che si diverte di più" Alex Lowe

sabato 25 giugno 2011

Storia dell'alpinismo: Matthias Zurbriggen


“Le salite sono dure. In discesa ti aiutano tutti i santi, ma in salita uno solo. E si chiama San Faticoso.”

La parete est del Monte Rosa, che termina ai 4612 m di Punta Nordend, è la più alta delle Alpi. Gli oltre 2000 metri di ghiaccio e rocce che separano la testata della valle di Macugnaga dalla seconda vetta del massiccio, hanno un aspetto a dir poco impressionante, che riporta addirittura all’Himalaya. Ai piedi di questo colossale versante, nella seconda metà del 1800 e oltre, visse la guida Matthias (o Mattia) Zurbriggen. Nato a Saas Fee nel 1856, il suo destino fu da subito legato alla montagna. A soli 2 anni valicò il passo di Monte Moro (a più di 2800 m) con il padre, emigrante a Macugnaga in cerca di lavoro nelle miniere della zona. Dopo lunghi periodi di spostamenti a seguito della famiglia e in cerca di occupazione, a 24 anni si stabilisce definitivamente a Macugnaga. Zurbriggen è letteralmente folgorato dalla passione per la montagna e in poco tempo diventa una delle guide più famose della zona. Temprato dalle difficili salite sulla parete est della montagna “di casa”, da innumerevoli esperienze di scalate sulle Alpi Svizzere e sul Monte Bianco, arriva alla più elevata eccellenza alpinistica raggiungibile in quel contesto storico, tracciando la strada per le future generazioni di guide alpine. Accompagna diversi clienti attraverso l’imponente paretone est aprendo anche durissime vie nuove, sale e scende le più belle montagne per le creste più impegnative ed estetiche, come la Zmutt al Cervino, animato sempre da quell’inesauribile amore. E ricordiamo bene che si parla di corde di canapa, scarponi chiodati (i ramponi sono ancora di là da venire) e piccozze lunghissime che assomigliavano a poco più che pali di legno. Quello che lo contraddistinse e che contribuì poi a farne una figura storica, fu la libera scelta di dedicarsi alla montagna come professionista. A quei tempi le uniche guide erano perlopiù seguaci di una generazione e imparavano il mestiere dal padre come tutti. Per Mattia Zurbriggen non fu così. La sua passione lo spinse a fare un’autonoma e difficile scelta professionale. Nell’arco di pochi anni i suoi clienti divennero quasi abituali, e tra questi, vi erano alcuni ricchi Inglesi, amanti dei viaggi e delle esplorazioni. In particolare lord Edward FitzGerald. Le elevate capacità alpinistiche e l’interesse per i viaggi della guida di Macugnaga, lo portano a prendere parte a diverse spedizioni finanziate dai lord avventurieri il cui pensiero suscita ancora oggi la meraviglia dell’incredibile. Nel 1892 prende parte ad una spedizione in Karakorum dove sale diverse vette, e l’anno successivo nella remota ed inesplorata regione del Tien Shan. Nel 1894-95 la sua prima spedizione di storica rilevanza. Zurbriggen compie la seconda ascensione assoluta del Mount Cook in Nuova Zelanda per una cresta nuova oggi conosciuta come The Zurbriggen Ridge. E’ bene ricordare che alla fine del 1800 effettuare spedizioni alpinistico-esplorative era cosa assai complicata. I viaggi oltreoceano erano lunghe traversate in nave e gli spostamenti via terra duravano un’eternità, su treni cigolanti, cavalli e muli. Nel caso della nostra guida, la sua fortuna in questo senso fu quella di non doversi occupare dei finanziamenti, elargiti abbondantemente dai ricchi gentleman vittoriani.  Nel 1897 arriva il successo che consoliderà la sua importanza nella storia dell’alpinismo. Dopo mille peripezie e un paio di tentativi falliti, Zurbriggen  parte 500 metri sotto la vetta davanti ai suoi compagni, e scala in solitaria e in prima ascensione assoluta l’Aconcagua, raggiungendone i 6962 metri della cima. Fu un’impresa straordinaria, non tanto per le difficoltà tecniche della salita, che certamente erano e sono tutt’ora poco più che escursionistiche (su quella via), quanto per l’altitudine raggiunta. Basti pensare che in quegli anni probabilmente non si credeva nemmeno fosse possibile salire così in alto. Dopo quella storica spedizione Zurbriggen  tornò in patria dove continuò ad esercitare il mestiere di guida. Gli ultimi anni della sua vita purtroppo non furono felici. Abbandonato al vizio dell’alcol (che in una certa misura aveva da sempre avuto) e a un carattere sempre più burbero, visse quasi come un vagabondo, fino alla morte suicida a Ginevra nel 1917. Oggi viene ricordato come una delle guide di maggior successo di tutti i tempi.

Bibliografia di approfondimento consigliata:
Dalle Alpi alle Ande. Memorie di una guida alpina. Di Mattia Zurbriggen, ed. Vivalda Editori

mercoledì 15 giugno 2011

Storia dell'alpinismo: Emilio Comici


Nel periodo tra le due guerre, tra il 1925 e il 1940, l’arrampicata su roccia ebbe come incarnazione della sua bellezza un unico protagonista, che per doti e personalità certamente spiccava su tutti gli altri in quegli anni. Si tratta di Emilio Comici. Descrivere questo personaggio, tanto significativo quanto complesso, non è impresa da poco. Certamente si può cominciare dicendo che fu un fuoriclasse, e che nel giro di un limitato arco di tempo fece fare un grosso balzo in avanti all’alpinismo su roccia, gettando forse già da allora le basi del moderno free climbing. Nato a Trieste nel 1901, inizialmente si approccia agli ambienti selvaggi dedicandosi alla speleologia, attività molto diffusa da quelle parti grazie alla presenza delle numerose grotte carsiche. A metà degli anni venti la svolta. Abbandona l’esplorazione delle cavità sotterranee per dedicarsi anima e corpo all’alpinismo. Le pareti della bellissima Val Rosandra, un canyon scavato nel calcare dal torrente omonimo, a pochi km da Trieste, sono un banco di prova ideale in preparazione a salite più impegnative. Proprio nella valle triestina, che dal 1996 è Riserva Naturale, nascerà la prima scuola di arrampicata italiana con il sostanziale contributo del grande scalatore. Il 1929 è un anno molto significativo: sulla nord ovest della Sorella di Mezzo, nel gruppo Sorapiss, Emilio Comici apre quella che probabilmente è la prima via di VI grado Italiana.  Nel 1932 lascia Trieste e si trasferisce a Misurina per esercitare il mestiere di Guida Alpina-Maestro di sci. L’anno successivo, il 1933, vede la riuscita di una delle più belle imprese di Comici. Il 12 e il 13 Agosto infatti, assieme alle due guide di Cortina, i fratelli Dimai, porta a termine la prima salita assoluta sulla parete nord della Cima Grande di Lavaredo. Un impresa epica, conclusasi dopo 2 giorni di lotta furiosa tra roccia e temporali, che vede la realizzazione di un itinerario molto impegnativo. Ancora oggi sognato e temuto da molti alpinisti, si sviluppa per 550 metri con difficoltà fino al V+ e A1 (ripetuto in libera fino al 6b). La linea fu anche criticata ai tempi dell’apertura per il presunto abbondante impiego di mezzi artificiali. Nel 1937, Emilio Comici  azzera tutte le polemiche ripetendo la sua stessa via sulla nord della Cima Grande da solo e completamente slegato, lasciando impressionato il popolo alpinistico. Finalmente, nel 1938 la posizione lavorativa dell’alpinista triestino si consolida in Val Gardena, dove diventa direttore della scuola di sci nella località di Selva. In quel periodo è all’apice del suo successo, stimato da molti, è una persona semplice e un artista in montagna, dove cerca prima di tutto l’eleganza, sia nei movimenti come nella linea di salita. Un vero danzatore sulla roccia insomma, leggero e armonioso. Nel 1940 l’abilità di Emilio Comici si esprime in un’altra incredibile impresa. Con un solo bivacco in parete apre, assieme a Severino Casara, una via direttissima sulla parete nord del Salame del Sassolungo, imponente torrione dall’aspetto ben poco accessibile situato nel cuore del gruppo. La via, esposta a nord e quindi in ambiente tetro e gelido, si sviluppa per 400 metri e oppone difficoltà fino al VI+. Con oltre 200 nuove vie sulle Dolomiti, di cui parecchie con difficoltà estreme, Emilio Comici può essere considerato un vero precursore dell’arrampicata moderna e uno dei più grandi scalatori su roccia di sempre. Moltissimi sono i rifugi a lui dedicati sui Monti Pallidi, e il ripetere una sua via è ancora oggi desiderio di tutti gli alpinisti. La fine della sua vita è legata ad un tragico incidente, che avvenne nell’autunno del 1940 in Vallunga, una diramazione della Val Gardena. Il destino ha voluto che dopo tante imprese di alpinismo eroico su strapiombi e vuoto vertiginoso, l’errore fatale avvenisse su una paretina di allenamento quasi “banale”. Il cordino che lo legava all’ancoraggio infatti, probabilmente marcio all’interno, si tranciò in due mentre si sporgeva, facendolo precipitare nel vuoto senza possibilità di salvezza. Fu il triste epilogo dell’angelo delle Dolomiti, come era soprannominato Emilio Comici. La sua poesia vive tutt’ora sulle pareti e nelle valli dei Monti Pallidi.

Letture di approfondimento consigliate:

Alpinismo Eroico di Emilio Comici, ed. CDA &Vivalda
L’arte di arrampicare di Emilio Comici di Severino Casara, ed. Hoepli